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Passeggiata campana - Faicchio - In terra di fate
Articlo pubblicato su "L'Espresso Napoletano n° 4 Aprile
2008
Italian Only
Muoversi attraverso le zone interne della nostra regione
riserva inaspettate sorprese: borghi poco conosciuti, che conservano
intatto il fascino delle epoche che hanno visto il loro massimo splendore
e custodiscono un patrimonio di tradizioni e di saperi che non deve
essere dimenticato, perchè è l'essenza più vera del popolo campano.
di
Maddalena Venuso
Percorro lentamente in auto la Valle di Maddaloni,
diretta a Faicchio, dove mi hanno invitata a degustare gli squisiti,
mi dicono, salumi locali. Non conosco ancora il paese e, più che ai
salumi, il mio pensiero, suggestionato dalla recente lettura delle Metamorfosi
di Pictor di Herman Hesse e dalle informazioni fornitemi circa
l'esistenza di un castello, che immagino essere un rudere, insegue
immagini da favola ..., diciamo un borgo medievale, il selciato bagnato
da una pioggia leggera (il cileo è nuvoloso, ma il vantaggio è che
i colori intorno, non illuminati dal sole, appaiono in tutta la loro
naturalezza), un giardino e il suono dolce di una mandola che si distende
nel silenzio e si diffonde nell'aria. Non sono preparata, quando arrivo
al centro del paese, allo spettacolo che mi si para davanti: uno splendido "maschio",
la cui struttura richiama quella del napoletano Maschio Angioino, dal
momento che i torrioni, salvo le ridotte dimensioni, poggiano su basi
troncoconiche che rievocano quelle della maggiore costruzione della
nostra Napoli. La mia attenzione viene subito catturata. Salgo lo scalone
che conduce al portale d'ingresso e mi trovo al centro di una grande
corte scoperta, fiancheggiata sul lato destro da un portico ad archi
e pilastri, con volte a vela. Il portico è sovrastato da un terrazzo
resoparticolare da una balaustrata in tufo scuro locale, movimentata
da larghi anelli. Mi viene incontro Biagio Federico, uno degli attuali
compropietari del castello, che con la gentilezza di un vero castellano
risponde a tutte le mie domande, raccontandomi la storia della costruzione
e accompagnandomi a visitarlo. Del Castello di Faicchio si hanno le
prime notizie certe in epoca normanna, dopo la dominazione longobarda
che aveva detenuto il possesso della Rocca Nova, come veniva chiamata
nei documenti d'investitura feudale. Nel 1113 i Sanframondo, feudatari
del luogo, lo edificarono o forse riedificarono. La posizione strategica
del castello, infatti, al centro del paese su uno sperone di roccia
che domina tutta la valle del Titerno, ha fatto supporre a diversi
studiosei che il primitivo impianto costruttivo potesse essere una
rocca risalente addirittura all'epoca sannita. Nel corso del Trecento
il castello fu restaurato e ampliato, ma gli interventi tesi ad ingentilirlo
non ne alterarono il carattere difensivo. Nel 1337, dopo alterne vicende,
passò alla famiglia Monsorio, che in epoca rinascimentale lo abbellì
e lo consegnò poi alla famiglia De Martino nel 1612. Il restauro secentesco
lo appesantì notevolmente, dandogli l'aspetto che ancora oggi conserva.
Dopo la soppressione dei diritti feudali, il castello conobbe momenti
di abbandono, finchè fu acquistato dalla famiglia Fragola che lo restaurò
completamente salvandolo dalla rovina. Oggi il castello è proprietà
di ungruppo imprenditoriale che vi organizza incantevoli cerimonie,
meetings e spettacoli teatrali, ma offre anche ospitalità ad alcuni
momenti della Festa Medievale, che si tiene nell'ultimo week-end di
giugno, con corteo storico, musici, sbandieratori, Palio degli Arcieri
e Giostra della Quintana. Ormai sono conquistata e, prima di andare
ad assaggiare i salumi, la cui fama ma ha portato a Faicchio, decido
di conoscere qualcosa in più circa la storia del luogo e di visitare
il territorio, che ospita preziose testimonianze delle epoche passate.
Faicchio sorge alle falde del Monte Acero, appartiene al Massiccio
del Matese e antico limite fra i Sanniti Caudini e i Pentri. Le origini
del paese sono ignote: reperti archeologici testimoniano di un insediamento
risalente al Neolitico, i resti di mura di fortificazione megalitiche
sul Monte Acero parlano di una cittadina Sannita. Di certo è pura invenzione
la sua fondazione ad opera di Fabio Massimo, che invece, come racconta
Livio, espugnò una Fuifola o Faifola, verosimilmente identificabile
con Faicchio. Di sicuro Faicchio, con i suoi casali, fra i quali vi
era Favicella, fu dapprima possedimento longobardo, poi normanno e,
sotto gli Angioini, diventò Università autonoma nel giustizierato di
Terra di Lavoro. La presenza di diverse chiese e parrocchie fa supporre
che, a partire dal Quattrocento, Faicchio abbia avuto un notevole incremento
demografico; nel Cinquecento fu residenza abituale dei vescovi Telesini.
Nel 1688 un terribile terremoto distrusse gran parte della cittadina:
al feudatario barone Pietro De Martino successe il figlio Gabriele,
che nel 1722 ottenne il titolo di Duca di Faicchio, titolo che, per
estinzione del casato, passò ai baroni Zona-Sanniti di Pietramelara.
Il sistema feudale sopravviveva ormai a stento, e Napoleone gli diede
il colpo di grazia. Si tramanda che sui monti circostanti Faicchio
trovarono rifugio molti briganti, fra i quali il famoso Fra' Diavolo.
In seguito a questi avvenimenti, il paese vide l'allontanamento dei
Borbone e l'abbandono del Castello, fino all'intervento della famiglia
Fragola.
Del'importanza di Faicchio dal Quattrocento al Seicento testimoniano le numerose chiese tuttora presenti, Santa Maria Assunta, Santa Lucia, San Giovanni Battista, San Nicola, Santa Maria di Costantinopoli, San Rocco, la Chiesa Ave Gratia Plena e la Chiesa del S.S. Salvatore. Variamente ubicate nel centro cittadino o nelle frazioni, le chiese, quasi tutte di impianto rinascimentale, sono state restaurate per porre rimedio ai danni del tempo e dei vari movimenti tellurici che hanno sempre afflitto queste zone. Ma se le chiese e i ben conservati palazzi nobiliari narrano una storia cittadina documentata, oltre testimonianze del passato parlano di epoche storiche la cui memoria si compone di realtà e leggenda, suscitando interrogativi tuttora senza una risposta certa. Le fortificazioni di Monte Acero, resti di una cinta posta a 736 m. d'altezza, definiti dagli studiosi uno dei più importanti esempi dell'architertura militare sannitica, rimandano agli antichi avversari dei Romani, che in questi luoghi costruirono possenti mura di pietra tufacea, in opera poligonale, per difendere i loro territori con un'Arce posta, secondo gli archeologi, el luogo in cui sorge la chiesa del SS Salvatore e il Convento di San Pasquale. Il sicuro passaggi, in questi luoghi, di Fabio Massimo, oltre ad aver suscitato fantasiose ipotesi circa una presunta fondazione di Faicchio ad opera di Cunctator, ha lasciato traccia nel nome Ponte Fabio Massimo, con cui i locali chiamano il ponte ricostruito dai romani, in età tardo-repubblicana, su precedenti fondazioni sannite. Il ponte suscitò l'interesse dell'archeologo Amedeo Maiuri che scrisse: "Perchè le fortificazioni avanzate del Monte Acero fossero strategicamente collegate con le fortificazioni dell'Arce di Faicchio (per i Sanniti) era necessario un ponte sul profondo letto incassato del fiume Titerno che le piogge e lo scioglimento delle nevi rendevano e rendono tuttora per alcun tempo dell'anno inguadabile. Il ponte, in origine soltanto ligneo e sollecitamente distruggibile per le necessità urgenti ed immediate di una disperata difesa doveva occupare lo stesso luogo dell'attuale ponte romano che sorpassa il Titerno, nel punto più stretto ed incassato del torrente. La costruzione unisce una tecnica poligonale al rivestimento in cortina laterizia ed all'opera a sacco". I restauri del 1860, resisi necessari dopo la forte alluvione, aprirono un'altra piccola volta a rafforzare il muro pieno ch'era pericolante e modificarono dal quel lato la forma del ponte, che ora ha un profilo orizzontale. Da visitare anche l'acquedotto ipogeo, databile forse al III sec. a.C., e la Grotta di San Michele, consacrata nel 1172, uno dei tanti luoghi di pellegrinaggio dedicati all'Arcangelo Michele e senza dubbio la più interessante delle cinque presenti nella provincia beneventana. Alla prima impressione ricevuta, di un luogo che conserva un'atmosfera incantata quasi d'altri tempi, mi riporta il racconto di una leggenda medievale, la quale narra che sul Monte Acero abitassero le fate. Queste si procuravano l'acqua del Titerno calando un secchio lungo i fianche della montagna, mantenendolo con un filo di capelli. La leggenda ha origine dalla presenza di un'antica grotta detta "delle fate", nelle vicinanze della quale esiste il cosiddetto Covo del Vento, un altra grotta forse in comunicazione con la precedente. La passeggiata riserverebbe ancora altre interessanti scoperte, ma la mia gentile ospite, la sig.ra Annamaria, convoglia la mia attenzione sulla gastronomia locale, che unisce ingredienti antichi a moderne sperimentazioni, dando origine a piatti e prodotti degli di attenzione. |
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